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AREA EX BANCI
In questi ultimi tempi la cronaca locale è dominata dalla questione dell'area ex Banci, e come sempre è un alternarsi di giudizi più o meno autorevoli, pareri e pensieri e parole.
Sono stati scomodati due grandi nomi dell'architettura, uno attuale, per giustificarne la totale cancellazione, ed uno del passato, per assicurarne il mantenimento. Tuttavia a parte questa voglia di esterofilia, tutta italiana, per la quale tutto ciò che viene da fuori è buono, nessuno più banalmente e semplicemente si è premurato di far luce sulla questione con l'unico che può conoscerla in maniera inequivocabile, ovvero il suo vecchio proprietario, che questa fabbrica l'ha costruita.
A questo proposito qualche tempo fa mi sono preso la briga di capire direttamente dalla viva voce del suo artefice quale fosse la verità in relazione a questa vera e propria leggenda metropolitana.
E' quindi emersa la storia, questa volta tutta pratese, di un giovane imprenditore affascinato dal grande sogno americano del self made men, ovvero di colui che solo attraverso le sue forze e una ferrea volontà avrebbe potuto modificare il suo destino. Di questo grande sogno faceva certamente parte anche l'utopia wrightiana, a carattere filosofico ancor prima che architettonico.
E' imbevuto di questi ideali che il giovane Banci Walter, negli anni cinquanta, torna in Italia deciso a costruire la sua fabbrica, in una zona allora completamente inedificata posta dall'altra parte di quella che era la vecchia autostrada. Probabilmente ricerca un modello di riferimento che incarni il suo ideale, e banalmente lo scorge su di una rivista pubblicata in quegli anni dal consorzio di produttori di vetri: Vitrum. E' proprio quella suggestione che con qualche difficoltà sono andato a ricercare e finalmente ho trovato: si tratta di un centro ricerche (Come aveva indicato lo stesso Banci) della Union Oil Company costruito a Brea nei pressi Los Angeles, che su volta si rifaceva ad un intervento simile di un eliolaboratorio della S.C. Johnson Inc., costruito a Racine nel Wisconsis, finalmente di Frank Lloyd Wright.


complesso della Union Oil Company

elemento trapezoidale del complesso della Union Oil Company



elemento trapezoidale del complesso Banci nel progetto Forasassi-Taiti

La cosa che subito salta agli occhi osservando queste immagini è l'impressionante similitudine dell'organizzazione a padiglioni con l'intervento di Prato.
E' quindi con questa rivista in mano che probabilmente il Banci nel 1953 (come attesta il progetto originale rintracciato in archivio a Prato) si rivolge all'ing. Forasassi affinché organizzi il suo progetto secondo questo modello.


progetto ing. A. Forasassi- A. Taiti


Ed infatti sia l'impianto planimetrico che i dettagli dei padiglioni stessi del complesso Banci sono puntualmente gli stessi di quello del centro ricerche americano.


Plastico di progetto del complesso Banci

Questo progetto contiene anche tutti gli elementi della filosofia wrightiana dal tentativo d’integrazione tra industria e campagna, all’armonia delle architetture con gli spazi esterni, all’attenzione ai materiali ecc., ma la cosa che però più sorprende, e per certi versi rende rimarchevole questo intervento, è che un imprenditore, anziché costruire un semplice ed anonimo capannone in area urbana, come molti suoi colleghi andavano facendo, decide di costruire un complesso in piena campagna, organizzandolo in padiglioni parzialmente vetrati che immerge in una sorta di bosco urbano che lui stesso impianta.



E’ quindi in questo atteggiamento sognatore, forse anche intriso di un utopismo teso a creare una mediazione tra ambiente costruito ed ambiente naturale, nel tentativo di alleviare l’alienazione del lavoro in fabbrica costituendo una rapporto visivo con la natura, che risiede l’eccezionalità del complesso con buona pace sia di Fuksas che di Wright.
Oggi questo complesso non presenta più la caratteristica di fabbrica in piena campagna essendo ormai inserita in contesto urbano, tuttavia conserva intatto il suo fascino della completa immersione nella natura pur essendo a due passi dal principale accesso alla città, e soprattutto è la testimonianza concreta di quella imprenditoria che con inventiva, capacità di sognare e caparbietà ha, in tempi forse trascorsi, fatto grande Prato; e quindi forse anche solo per questo meriterebbe di essere recuperata e trasmessa alle generazioni future.

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