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Al recente Salone del Restauro di Ferrara, Italia Nostra ospite dello spazio eventi del MiBAC (Ministero per i Beni e le Attività Culturali) ha organizzato una comunicazione sul restauro del moderno a cui ha invitato in qualità di partener l'associazione AIPAI (Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale)
IL RESTAURO DEL MODERNO: IL CASO DELL'ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE
L’attuale dibattito introdotto recentemente da Italia Nostra, associazione con cui l’AIPAI ha una stretta connessione, sul restauro del moderno, ha evidenziato come quest’ultimo sia fortemente deficitario, se si eccettuano le opere di importanti maestri, in quanto spesso non gli si riconosce adeguato valore storico-documentale e per le quali non sono state sufficientemente codificate relative modalità operative.
All’interno di questa categoria ricadono a pieno titolo tutte le strutture di archeologia industriale, che tuttavia presentano peculiarità e per certi versi rendono ancora più complessa la problematica.
La valorizzazione culturale del patrimonio industriale e sua relativa preservazione tuttavia, infatti, stenta ad attecchire nel nostro paese essendo per il momento demandata , salvo rare eccezioni (es. Crespi d’Adda) avvantaggiate spesso dal loro valore estetico, alla volontà di singoli amministratori più o meno illuminati.
Negli anni passati si sono visti scomparire, nella pressoché totale indifferenza, inestimabili patrimoni del nostro passato industriale.
Ovviamente la materia è complessa ed in larga parte ancora da indagare a fondo, basti pensare al dibattito su quali siano i limiti temporali in cui vada ricompresa questa disciplina o multi-disciplina, che secondo alcuni affonderebbe le radici nella proto-industria e quindi afferente ad una categoria di strutture già più tutelate, o risalente all’epoca della rivoluzione industriale che in Italia, salvo alcune propaggini settecentesche, riguarda sostanzialmente opere ottocentesche e del primo Novecento.
Ma una volta individuati gli eventuali limiti temporali, occorre far fronte ad altri tipi di complessità derivanti dalle peculiarità di questi siti, che non sono quasi mai strutture a sé stanti o riconducibili a particolari categorie architettoniche.
Oltre infatti all’oggetto fabbrica in sé, anch’esso di volta in volta diverso a seconda del tipo di industria, esistono tutta una serie di strutture e manufatti ad esso connessi o comunque riconducibili; basti pensare alle opere idrauliche sui corsi d’acqua, canali artificiali, ponti, tronconi ferroviari ecc., ma anche a veri e propri villaggi industriali o colonie marine e montane ad essi associati.
Tuttavia il mondo del patrimonio industriale, per sua intrinseca peculiarità, si porta dietro un’altra complessità nella complessità che è quella del mondo delle macchine, che in quei luoghi non solo hanno agito ma spesso ne hanno determinato la tipologia.
Appare quindi chiaro che affrontare il restauro di manufatti di questo tipo implica una conoscenza multidisciplinare che raramente viene messa in campo, mancando dei veri e propri strumenti formativi di larga applicazione come una puntuale manualistica di riferimento, invece presente in altri ambiti disciplinari.
Quindi un vasto campionario di manufatti e tipologie edilizie che impiegano tecniche e materiali riconducibili alla cultura moderna, come la ghisa, l’acciaio ed il cemento armato; materiali quest’ultimi per i quali manca una vera e propria cultura del restauro, sia in campo formativo che nel campo applicativo.
E’ chiaro che la questione è complessa ma è altrettanto vero che l’assenza della conoscenza ha spesso permesso la totale cancellazione di opere di fondamentale valore testimoniale.
Giuseppe Guanci
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